Stay Karma

Stay Karma

Sì, sì, lo so, San Valentino è ormai passato e sono fuori tempo massimo. Non sono mai sul pezzo, perdonatemi.
Ero malaticcia e chiusa in casa a rimuginare su quanto avessi dato per scontato di poter respirare bene quando avevo ancora un naso funzionante, ma un giro sui social e in particolar modo su Jodel mi ha rivelato che nel giorno degli innamorati esiste anche una categoria a cui spesso non facciamo caso, abituati come siamo a suddividere idealmente il mondo in single e impegnati.

Parlo dei single da poco, quelli che sono stati lasciati magari all’inizio dell’anno con le scuse più miserabili che potessero esistere, o magari che sono stati lasciati proprio nel giorno di San Valentino da qualche tirchio/a che non aveva intenzione di spendersi neanche in un bigliettino affettuoso.

Ora, lo so che nel novero dei miei 5/6 lettori ci sono solo uomini e donne cazzutissimi per i quali San Valentino è un giorno come gli altri, solo un filo più commerciale.
Ma so anche che non siete creature bioniche, e che pertanto anche voi, verosimilmente, nel tripudio di rose e Baci Perugina e baci al limone che vi saranno comparsi su Facebook e Instagram avrete versato una lacrima al pensiero del bastardone o della bastardona che stringevate tra le braccia fino allo scorso mese.

Vi voglio dunque venire in aiuto, perché non è giusto che delle personcine buone e a modo come voi debbano consumarsi nel ricordo di gente che non vi meritava e che non vi meriterà mai.
Dovreste piuttosto augurarvi che il karma (occidentali’s, orientali’s, come preferite voi) sia così clemente da venire in vostro soccorso, e se temete che non si sia ancora messo all’opera per mancanza di idee sono qui per questo: per fornirvi una lista di auguri da indirizzare alla causa delle vostre sofferenze, sperando che il destino o le sfere celesti prendano ispirazione.

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Prima di passare al dunque, vi avverto: questa lista non prevede auguri di morte, di malattie gravi, e nemmeno di mancate erezioni, perciò non è né eccessivamente cattiva né dedicabile unicamente al sesso maschile.
Dedicatela a chi volete e prendetela per ciò che è, ovvero una facezia, una burla, un giuoco, un frizzo, un sollazzo, un modo creativo per canalizzare la vostra energia negativa.

E ora visualizzate con tutte le vostre forze il delizioso faccino del/lla Malefico/a e ripetete con me:

  • io ti auguro cappuccini caldi e schiumosi, e baristi logorroici che ti trattengano in chiacchiere per farteli bere quando saranno flosci e freddi;
  • ti auguro offerte di lavoro magnifiche, e attacchi di diarrea fulminanti nei colloqui per le suddette;
  • ti auguro amici simpatici e adorabili, che ci provino con la tua metà non appena girerai lo sguardo;
  • ti auguro film meravigliosi al cinema quando ci sono offerte per pagare il biglietto a meno di metà del prezzo, e che la persona con cui devi vedere il film ti costringa a usarle per vedere “Cinquanta sfumature di nero”;
  • ti auguro di farcela sempre ad arrivare in aeroporto in tempo, e di renderti conto di non avere biglietto né documento una volta arrivato/a là. Proprio al metal detector;
  • ti auguro che, durante un viaggio in macchina, la tua canzone preferita passi alla radio. E che il passeggero scassaminchia al tuo fianco ti parli dei suoi problemi di flatulenza per tutta la durata della suddetta;
  • ti auguro che, nella giornata in cui sei tanto felice perché in serata hai un appuntamento bollente, per essere ancora più felice tua nonna ti inviti a pranzo da lei. E che ti prepari una quindicina di pantagrueliche portate a base di aglio e cipolla;
  • ti auguro che in pizzeria la tua pizza arrivi sempre per prima. E che tu sia costretto/a ad aspettare un quarto d’ora perché venga servita tutta la tavolata, così che tu sia l’unico/a a doverla mangiare fredda;
  • ti auguro che la tua dolce metà vada d’accordissimo coi tuoi genitori. E che tu possa trovarla a letto tra loro, a farsi le coccoline, così da goderti questo cocktail di traumi shakerato ben bene;
  • ti auguro posti vicino al finestrino in aereo, e come vicino di posto un ciccione che russa e che sarai costretto/a a svegliare cinque volte all’ora a causa di un provvidenziale attacco di cistite;
  • ti auguro che la tua squadra del cuore pareggi al 90° minuto. E che i tempi supplementari facciano vincere l’altra;
  • ti auguro di sentir caricare lo sternuto più potente e liberatorio del mondo. E che qualcuno ti saluti e ti distragga in quel momento, facendotelo perdere;
  • ti auguro di avere sempre a disposizione i soldi per vedere il tuo cantante preferito in prima fila. E che tre ore prima del concerto un febbrone da cavallo corredato da influenza gastrointestinale ti costringa a restare a casa a rimettere anche l’anima;
  • ti auguro infine, se tutto ciò non dovesse bastare, che ogni anguria senza semi che comprerai quest’estate si riveli all’apertura un sosia di Bruno Vespa prima di scoprire la strada per lo studio del dermatologo.

P.s.: so che siete tutti molto premurosi e vi starete chiedendo se questa lista sia ispirata a qualche persona presente nella mia vita.
Ebbene, per una volta mi trovo in uno di quei rari periodi di grazia in cui la sola idea di un uomo al mio fianco mi stanca terribilmente e ho smesso di bere caffè con gli sconosciuti quando mi sono resa conto che il possibile epilogo prevedeva un blocco su Whatsapp o l’imbarazzante messaggino “Sai, non sei tu, è che non è scattata la scintilla…”.
Ciò non significa però che sia altrettanto serena e priva di pensieri negativi nei confronti di chi si comporta meno che meravigliosamente con le persone a me care. Semplice, no?

 

 

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Sanremo – Primo Round

Sanremo – Primo Round

Si scrive Sanremo, si legge Polemica.
Ogni anno, si sa, arriva quella settimana di febbraio in cui l’Italia tutta è chiamata a discutere di questioni di fondamentale importanza: quanto azzeccato sia il colore della conduttrice, quanti chili di troppo abbia il conduttore, quanto sia stato scandaloso che il tale ospite internazionale abbia starnutito in prima serata e via amabilmente discorrendo.

Si formano poi le solite fazioni e sottofazioni, stile Italia del Berlusca o USA di Trump:

  • quelli che non hanno vergogna di urlare ai quattro venti che loro AMANO questo spettacolo, che hanno l’effigie di Vessicchio ricamata pure sul perizoma di pizzo, che toccategli tutto ma non gli acuti di Albano che si incazzano, che qualsiasi ospite li entusiasma e qualsiasi cantante venga eliminato è inaccettabile che non abbia vinto;
  • quelli che per carità, ma che sfigati siete voi che guardate ancora questa ridicolaggine (con annessa sottofazione del “perché i fondi di Sanremo non li usate per i terremotati/i poveri/i cani con tre zampe sole/inserire categoria a caso?”), che loro Sanremo non lo guarderanno mai e devono ribadirlo su tutti i social su cui sono iscritti altrimenti gli altri non possono essere consci della loro inettitudine in quanto spettatori di cotale scempio;
  • quelli che no, il Festival non lo guarderanno, boh avranno di meglio da fare, ma poi forse lo guardano per curiosità e il giorno dopo sanno pure di che colore aveva le mutande l’assessore venuto a fare compagnia al sindaco di Sanremo (la città, non il Festival);
  • quelli che infine no, il Festival non se lo guarderanno per davvero, ma non sfrantumeranno il belino a nessuno e molto probabilmente trascorreranno la propria serata in tranquillità, con amici/partner/la propria ombra, a mangiare una pizza e fumarsi una sigaretta.

Una categoria piuttosto trasversale, negli ultimi anni, è quella dei commentatori da social network, che grazie a Dio e per la felicità di Conti e della De Filippi non delude neanche quest’anno e si lancia in battute e giudizi più o meno simpatici e originali.

Sembrava che tutto stesse andando bene: i non-spettatori ci avevano già informati di quanto fossimo ridicoli, Tiziano Ferro aveva aperto lo spettacolo omaggiando più che degnamente Luigi Tenco in una commossa interpretazione in bianco e nero, la Mannoia era riuscita a convincere persino il Cardinal Ravasi che già twittava entusiasticamente il ritornello del suo pezzo, Ricky Martin ci aveva regalato dei movimenti pelvici e degli sguardi talmente penetranti che probabilmente, suo malgrado, aveva già ingravidato almeno dieci telespettatrici (tra cui, sospetto, la sottoscritta) e tutto procedeva per il meglio.

Poi compare la Leotta e mi impazzisce la penisola: il pubblico maschile e lesbo-femminile perde litri di bava, quello femminile nella sua interezza guarda d’un tratto con disgusto il cioccolatino che stringe tra le dita e inizia a calcolare quante ore di corsa debba infliggersi da qui a giugno per avere una parvenza di quel corpo, la Balivo mi piscia clamorosamente fuori dal vaso su Twitter.

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Per chi vivesse su Plutone e non sapesse il motivo per cui la Leotta è intervenuta ieri sera, spiego brevemente: qualche mese fa, pochi giorni dopo il suicidio di Tiziana Cantone, avvenuto in seguito alla diffusione incontrollata di un porno amatoriale che la vedeva protagonista, mentre tutti eravamo ancora lì coi fazzoletti di pizzo ad asciugarci le lacrime di coccodrillo qualcuno ha ben pensato di hackerare il cloud di Diletta Leotta e mettere a disposizione di tutto il cyberspazio la visione delle sue grazie.
Ieri, in occasione della Giornata contro il Bullismo, si è allora ben pensato di inserire degli interventi che parlassero dei danni del bullismo e potessero infondere speranza a chi ne è o ne è stato vittima.

Ora, che tra questi interventi quello della Leotta non abbia brillato per originalità mi sembra pure superfluo dirlo: lei è arrivata, ha detto un paio di frasette giuste, sacrosante e di banalissima circostanza e poi si è limitata a un paio di sviolinate a Carlo Conti.
Nell’insieme, una gran figa che in quei pochi minuti di spettacolo ha fatto la figura della bella che non balla. Magari era banalmente emozionata, questo io non lo so e non m’interessa.

Quello che mi preme dire è che la Balivo ha detto una cretinata più grande di lei e che se vuole le posso spiegare la lezioncina, che è facile facile.

Caterì, sent’ammè, non hai capito il centro della questione.
Nessuno si è sognato di lamentarsi per la visione delle nudità della Leotta, quello che fa storcere il naso è che le foto delle sue zinne siano state condivise senza il suo consenso, che è quel concettino talmente trascurabile che, in caso di rapporto sessuale, fa la differenza tra un appagante coito e un processo per stupro.
La Diletta nazionale non era lì a promuovere la castità e uno stile di vita morigerato, doveva solo difendere il suo diritto alla privacy, e per farlo ci poteva pure andare in topless. Anzi, ti dirò di più, avrebbe pure potuto essere una pornostar di fama internazionale con più familiarità coi piselli dello stesso Mendel, non per questo sarebbe stato meno disdicevole che qualcuno avesse messo in rete dei contenuti che lei non aveva in programma di pubblicare.
Se tu, di contro, decidi che lei non ha il diritto di difendere i propri diritti in base al tuo personalissimo senso del pudore e dell’adeguatezza, spiace dirlo ma la bulletta diventi tu.
Chiaro, cristallino? Buona così.

E in ogni caso, tutto ‘sto putiferio e siamo ancora alla prima serata.
Sono già qua coi popcorn che pregusto le prossime.

Ode ad Agnese Renzi

Ode ad Agnese Renzi

Un concetto duro a entrarmi nel testone, nonostante anni di caparbia campagna di sensibilizzazione paterna e materna, è sempre stato l’impossibilità di piacere a tutti e non scontentare nessuno.

Sarà per insicurezza, sarà per amor di pace e di mezze misure o perché in fondo piacere agli altri ci lusinga tutti, ma sono una persona che in genere non ama strafare o andare contro alla massa per il puro gusto di farlo. Anche perché, voglio dire, ho già così tante stranezze e idee scomode e impopolari che se dovessi anche cantare fuori dal coro giusto per essere originale tanto varrebbe chiudermi in un eremo sperduto e arrivederci civiltà.

E quindi sono sempre lì che mi chiedo se ogni singola preposizione che pronuncio possa offendere, dar fastidio, essere sgradita. Se indossare una scollatura possa essere volgare e se un maglione aderente a collo alto non metta troppo in risalto le rotondità. Se preparare un piatto ricercato per un pranzo con le amiche sia spocchioso e se proporre di ordinare una pizza e pagare alla romana non sia da tirchi.
Tutto per non scontentare nessuno e perché, in fondo, cercare di avere delle carinerie senza snaturarsi non costa un cavolo.

E poi oggi, non me ne vogliano mamma e papà, trovo il faro d’ispirazione che probabilmente mi farà uscire prima o poi da questo faticoso tunnel: Agnese Landini Renzi, campionessa olimpionica di pazienza e sobrietà dal febbraio 2014.

Cos’ha fatto stavolta ‘sta pora donna? A quanto pare l’Italia tutta si indigna per un maglione da 700€, firmato dallo stilista Ermanno Scervino, che l’uscente First Lady ha indossato per andare a votare al referendum e poi al discorso di dimissioni del marito.
Ora, l’italiano medio che piange miseria dall’ultimo modello di iPhone su cui è riuscito a posare le grinfie indebitandosi fino al midollo mi pare un cliché così tanto abusato che mi vergogno finanche della mia mancanza di originalità nel citarlo.
Perciò vorrei cercare di orientarmi su altri argomenti per difendere una delle poche vere signore che abbiano calcato la scena italiana negli ultimi anni. E quando uso il termine “signora” non parlo di femminilità ma proprio di signorilità, garbo, sobrietà e dignità.

Dal febbraio 2014 a oggi la moglie del premier uscente è stata accusata di ogni genere di ridicolaggine, dall’aver ottenuto il ruolo a breve distanza da casa grazie alle raccomandazioni del marito fino a, che so, l’aver tolto ossigeno pulito agli italiani respirando con un naso di dimensioni troppo esagerate.
E lei sempre zitta, composta, non ha mai risposto a una singola accusa di quelle che le sono state rivolte ed è sempre stata presente giusto quando la situazione lo richiedeva.

Due anni che leggo offese al suo aspetto fisico e due anni che mi chiedo quale parte della Costituzione, ultimamente tanto cara agli Italiani, sancisca l’obbligo per il Presidente del Consiglio di unirsi in matrimonio con una modella scandinava dai tratti angelici: che io ricordi, nessuna. A parte che, se questa donna dopo tre gravidanze ha un brutto fisico, ditemi dove firmare per avere il suo aspetto obbrobrioso da qui ai miei settant’anni.

 

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Ha deciso di continuare a fare l’insegnante e di restare a vivere nella sua città, a lavorare e a fare la madre di famiglia, e non va bene neanche questo.
Perché doveva scendere anche lei in piazza a protestare contro la riforma sulla Buona Scuola (ma fate davvero? la moglie del Primo Ministro doveva scendere in piazza a protestare pubblicamente contro il marito altrimenti è una raccomandata? poi mi dite quanti di voi avrebbero fatto una cosa del genere a un consorte), perché sarebbe entrata di ruolo grazie alle raccomandazioni del marito, perché ha preso uno, due, non so quanti giorni di permesso per accompagnare il marito alla cena di stato alla Casa Bianca (“no amore, senti, stasera dagli Obama vacci tu che io domani devo spiegare la perifrastica e non posso restare indietro che poi mi inizia il periodo delle verifiche”).

Ho letto l’articolo di un’insegnate iscritta al M5S, che linko di seguito (Professoressa M5S difende Agnese Renzi) che credo chiarisca molto bene le idee a chiunque non avesse chiara la situazione, come me d’altronde prima di informarmi.

Quello che mi dà fastidio è questo diffuso bisogno di prendersela sempre con il capro espiatorio di turno per sfogare le proprie frustrazioni, anche e soprattutto quando il bersaglio colpito ha poche colpe o nessuna rispetto al motivo per cui ci si lamenta.

L’unica colpa che può avere la moglie di un Capo di Stato, laddove non abbia compiuto le peggiori nefandezze approfittando della posizione del consorte, è quella di amare una persona la cui politica non convince il popolo.
Se Renzi non piace è inutile prendersela col naso o col maglione di sua moglie, che non mi risulta avanzino proposte di legge.

E comunque non ce ne va bene una con queste First Ladies, Principesse, Ministre e figure femminili che si barcamenano tra le cene e le occasioni ufficiali. Se i vestiti sono troppo eleganti che Dio ce ne scampi e liberi: peccano di immodestia, hanno troppo culo di fuori, hanno le tette troppo strizzate, indossano un colore inappropriato, hanno le gambe troppo lunghe, hanno dei gioielli che il popolo non si può permettere.
Se si vestono di moda low cost come noi povery mica va tanto meglio: che, con tutti i soldi che hai non ti puoi permettere uno straccio più decente? e una piega non puoi fartela? e con quei chili di troppo sul girovita scegli proprio la moda low cost che è fatta per fisici con le curve di Fassino? e ti pare il caso di rappresentare l’eleganza italiana in jeans e camicetta?

Se credete che il modo di vestire di una persona sia così tanto indicativo del suo status economico vi pregherei di non guardare mai mia madre e mia nonna, che per il guardaroba che hanno e per la loro eleganza in ogni occasione poi non vorrei essere tacciata di essere la figlia di papà coi soldoni che difende Renzie e la Kastah perché le fa comodo.

Anzi no, se proprio volete criticare qualsiasi cosa continuate pure a criticare la moglie di Renzi per la sua somiglianza con chi volete voi, per i vestiti troppo costosi e per la sua assurda pretesa di lavorare in un ruolo che si è, a quanto pare, meritata, ma io d’ora in poi me ne frego di tutte le mie stranezze, perché questa storia mi pare davvero indicativa dell’importanza che deve avere l’opinione della massa: la stessa di un peto di ratto.

 

Perdoname madre por mi vida choosy

Perdoname madre por mi vida choosy

Premessa, breve ma necessaria: avevo scritto questo post un paio di settimane fa, lo dico perché c’è un riferimento che al momento sembrerebbe altrimenti campato in aria.
Tuttavia mi sono ritrovata a discutere delle stesse identiche robe qualche giorno fa, a casa di amici, e il mio atteggiamento non è cambiato di una virgola.
Mi spiace di pubblicarlo in ritardo, ma ci tenevo davvero tanto a farlo.

Ci sono degli argomenti di cui ritengo spesso e volentieri di non avere le competenze o i diritti per parlare. Non riesco ad andare oltre un livello piuttosto superficiale quando si parla di politica, non per pigrizia ma perché non mi sento abbastanza preparata, e dubito di avere delle conoscenze storiche all’altezza.
Non mi sentirete mai dire che un DJ è meglio di un altro, e nel caso in cui mi sentiste dirlo vi prego ricoveratemi in psichiatria o ridetemi in faccia con gusto: non che la discoteca non mi piaccia, ma la assumo in dosi così minime da essere pressoché analfabeta in materia (in compenso se voleste essere consigliati su DJ e discoteche posso indirizzarvi dalla mia migliore amica, giurista discotecara di professione).

Normalmente è anche piuttosto raro che parli del valore della laurea e degli studi universitari, perché il mio curriculum accademico non è dei più brillanti: una media altina tutto sommato, ma sono fuoricorso di un anno abbondante e in questi anni ho avuto i momenti in cui ho lasciato che i lavoretti saltuari mi togliessero tempo allo studio, nonché quelli in cui credevo di aver perso l’amore per le materie che studio o quantomeno la motivazione per studiarle con impegno.
Chi legge il mio blog lo sa: ho avuto anche qualche piccolo problema di natura psicologica, avevo guadagnato un numero imprecisato di chili successivamente perso tra diete equilibrate e non, zumba, jogging e preghiere al Santo protettore delle soubrette (Sans Coulotte), e non sempre sono riuscita a scindere la vita personale da quella universitaria.

Se però non ho mai deciso di mollare e, che ne so, imparare un mestiere e farla finita con l’università, è perché delle materie che studio sono di fatto innamorata, le trovo affatto inutili o futili,  e ogni volta che riesco a padroneggiarne una branca mi sento felice e appagata come quando al liceo traducevo le prime versioni, tutte piene di vocaboli della prima declinazione, e poi scoprivo di non aver fatto neanche un errore o di averne fatti giusto un paio.

E dirò di più: da quando studio Lettere Classiche all’Università, pur con tutti i miei manifesti e conclamati limiti, ho sempre più riscontri sull’utilità e la versatilità delle materie umanistiche, specialmente in un Paese come l’Italia, con un patrimonio artistico che dubito abbia eguali al mondo.

Abitiamo in un Paese in cui a scavare venti centimetri di terreno per piantare le begonie rischiamo di trovare la toga di Cicerone o l’astuccio delle matite di Seneca (so che è storicamente inesatto, non me ne abbiano i puntigliosi) ma i miei amici che hanno scelto il percorso archeologico per passione sono scoraggiati, tentati di abbandonare tutto per darsi all’ippica e la metà degli scavi archeologici dev’essere abbandonata per mancanza di fondi.

Ciò detto, qual è l’obiettivo del mio discorso?
Il Matteone (Salvini) nazionale ha scritto sulla sua pagina Facebook che lui ha quotidianamente a che fare con imprenditori che come titolo di studio hanno solo la terza media e che ciononostante avevano messo su imprese un tempo floride, distrutte oggi da persone “con tripla laurea e doppio master” (cit. testuale).
La conclusione del suo discorso è che l’euro è una moneta vergognosa ecc. ecc.

Non entro nel merito né dal punto di vista economico né dal punto di vista politico, perché come già detto sopra non mi sento all’altezza di discorrere di questi argomenti.
Però mi sono ritrovata a discutere con una signora che, a tal proposito, sosteneva che spesso e volentieri i laureati sono persone incompetenti e senza inventiva, che il bisogno aguzza l’ingegno e che noi italiani non siamo poi così furbi, perché grazie al paesaggio e al patrimonio artistico che abbiamo dovremmo poter vivere quasi esclusivamente di turismo, senza alcun bisogno di lauree.

Ora, la signora in questione ha poi spiegato, in seguito alle ire furibonde di molti altri utenti, di non essere in assoluto contraria alle lauree, ma di ritenere che spesso i laureati manchino di spirito di adattamento e inventiva e di sostenere che chiunque, con qualsiasi grado di istruzione, può contribuire attivamente e positivamente alla vita di società.
Non polemizzo sullo spirito di adattamento degli universitari, io che studio Erodoto ma non ho disdegnato di lavorare in un negozio di scarpe, né all’occorrenza di dare una mano a mia madre in gastronomia, né tanto meno di dare ripetizioni ad adolescenti che alle volte hanno solleticato i miei nervi fino a sfiorare la tragedia; e come me migliaia di miei colleghi, che vedo tutti molto attivi e niente affatto “choosy”, come qualcuno ebbe a definirci tempo fa.

Discuto però su questo svilimento dei titoli di studio in Italia, in cui se non hai un pezzo di carta in mano non sei nessuno però guai ad averne troppi che poi rischi di essere troppo abilitato e a vendere magliette non ti ci vogliono che hai troppe competenze e Dio ce ne scampi e liberi.
D’altronde è pure giusto che se una persona si laurea in Beni Culturali desideri trovare lavoro nel suo settore, e non riparare sifoni nei bagni altrui, per quanto l’idraulico sia indiscutibilmente un lavoro utile e indispensabile: insomma, nessuno vuole svilire i sempreverdi mestieri, ma permettete che un laureato in una determinata area voglia mettere a frutto i propri studi?

Noi giovani lo sappiamo, lo sappiamo benissimo di abitare in un paese che può vantare tra i suoi più illustri abitanti i padri, i nonni e i bisnonni della cultura e dell’arte occidentale, ma come sperate che possiamo mettere a frutto questo straordinario patrimonio se chi studia queste materie è spesso e volentieri additato come fannullone, se Storia dell’Arte al liceo è considerata comunemente una materia pressoché inutile, se nei musei si privilegiano guide non laureate per sottopagarle o chiedere loro di lavorare pro bono per puro amore dell’arte? Tanto amore per Raffaello eh, ma ‘ste pore guide dei musei dovranno pur mangiare in qualche modo, o vogliamo che si nutrano di Sindromi di Stendhal?

E perché mai si ritiene spocchiosa una persona che vuole lavorare nel proprio ambito di competenza? Cioè, mi state dicendo che mia sorella ha intrapreso un percorso che le darà la laurea in Medicina e Chirurgia in “appena” sei anni per poi sentirsi dire un giorno che se pretende di operare la gente è troppo “choosy”?
Sono consapevole di aver citato un paradosso, ma temo di non allontanarmi neanche troppo dalla realtà.

Ma dove cavolo vogliamo andare se la nostra classe politica e dirigente ci fa passare il messaggio che non è importante farsi il mazzo ma giocare, come direbbe mio padre, a “futti compagno”? Non sarebbe meglio comunicare che siamo TUTTI validi, tutti, da quello che sbuccia le patate nella cucina del più sperduto ristorante in un paesino tra i monti dell’Abruzzo al dottore che salva vite umane in un ospedale ultraspecializzato di Roma?

Tutti. Che ci crediate o no, anche quei pirla di noi umanisti.

Le coucher du soleil

Le coucher du soleil

Tato che tira il guinzaglio, io mi rassegno a lasciarlo libero per un po’.

E lui cammina, corricchia, ma se lo chiamo torna immediatamente da me. Ha il muso sorridente e lo capisco: è un momento bellissimo.

I francesi chiamano il tramonto “coucher du soleil”, e capisco ora perfettamente cosa intendano, mentre il sole si stiracchia tra il verde argenteo degli ulivi salentini.

Il cielo si tinge di rosa, l’aria è tiepida e profuma di sterpaglie bruciate e caffè tostato.

I muretti che corrono a destra e sinistra sono a secco, proprio come la terra calda e le nostre gole dopo un’ora passata a camminare in campagna.

Ho corso, amato e goduto del Lungoticino per tutta la primavera, ma adesso, forse per banale campanilismo, guardo la mia terra, le zolle arse e aride di cui noi terroni siamo irrimediabilmente innamorati, e provo per un attimo quella sensazione di smarrimento e assoluta bellezza che alcuni sperimentano davanti alle più belle opere d’arte.

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Questione di priorità

Questione di priorità

A sedici o diciassette anni, alle prese con la prima storia d’amore che potessi considerare più o meno importante, avevo chiesto consiglio a mia cugina più grande che in quei giorni era giù in Puglia per le vacanze di Natale.
Lei, cinque anni più di me, oltre ad essere la mia sorella maggiore d’elezione era già all’Università e quindi già da qualche anno viveva a Milano.

Il consiglio che mi diede mi sembrò strano allora, quasi inutile, di certo inaspettato: perché la mia relazione potesse funzionare, sosteneva lei, non dovevo considerarla quanto di più importante io avessi.
C’era prima una lista di priorità da rispettare, e prima del mio ragazzo, in ordine di importanza, dovevano esserci la mia famiglia e i miei amici. Anche lo studio, volendo, e il mio svago e la mia crescita personale. Facendo così, mi assicurava lei, avrei avuto una relazione più felice.

Io però a diciassette anni ero di certo più sciocca di quanto non sia adesso, e a mia discolpa non avevo mai provato l’esperienza di vivere lontano dalla mia famiglia per più di un paio di settimane.
Consideravo normale avere due genitori sempre presenti, per me era una piacevole abitudine mangiare il sabato dalla nonna tutti insieme, era scontato che i miei zii abitassero al piano di sopra e che, all’occorrenza, io e mia sorella potessimo sempre passare del tempo a casa dei nonni.

Non che non apprezzassi già la mia famiglia, ma mi sembrava scontato che io li avrei sempre amati e che loro avrebbero sempre amato me, e questo mi sembrava più che abbastanza.

Adesso invece sono al quinto anno da fuorisede, mi sento sempre meno matura e più bambina, e ogni scusa è buona per raggiungere qualsiasi componente della mia famiglia in qualsiasi parte d’Italia e del mondo.
Ormai da un paio d’anni su Whatsapp abbiamo il gruppo “Le Cugggi”, per restare sempre in contatto nonostante io abiti a Pavia, una cugina a Milano e mia sorella e l’altra cugina, pugliese nell’animo ma polentona per nascita, a Udine.
Abbiamo 28, 23, 20 e 15 anni, ma sul gruppo l’età mentale media si aggira intorno ai sette anni.

Una di noi ha ancora paura dei debiti in latino, un’altra con l’esame di latino ha un rapporto di amore/odio. Una abita con un fratello maniaco dell’ordine e della pulizia, l’altra, quando le sue coinquiline sono lontane per troppo tempo, forse preferirebbe la compagnia di un fratello con la mania dell’ordine alle giornate di studio in solitudine. Quando si avvicinano le vacanze non vediamo l’ora di ritrovarci tutte giù, e iniziano le solite domande “voi quando scendete?”, “quest’anno quanto ti fermi tu?”, “non dirmi che parti di nuovo!”, “sei già arrivata? Salutami la nonna!”.

L’anno scorso per mia sorella era ancora l’ultimo di liceo, ma nell’ultimo Natale, per la prima volta, tutti e cinque noi cugini tornavamo dal profondo Norde a riabbracciare genitori, zii e nonni vari.
È stato, se possibile, ancora più bello degli altri anni. Noi cugine ci siamo prese un pomeriggio per andare a prendere il caffè al mare, l’unico maschio ammesso era uno dei nostri cani. Abbiamo fatto una marea di foto una più stupida (e più bella) dell’altra, e le abbiamo conservate tutte. Abbiamo riso, abbiamo parlato di stupidaggini, ci siamo divertite a trovare nelle foto già fatte tutte le pose più imbarazzanti delle altre tre. Come se tutte avessimo la stessa età.

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Ci siamo ritrovati per un pranzo tutti insieme dagli zii “del piano di sopra”, e per la prima volta dopo una marea di anni eravamo proprio tutti i cugini della mia famiglia paterna, di primo e secondo grado. Di cugini ne ho talmente tanti che a volte ne scordo qualcuno, e davvero non ricordavo che fossero tutti così belli. Le mie amiche giù (ma anche a Pavia), mi prendono in giro perché due volte su tre quando mi chiedono se conosca qualche leccese va a finire che in un modo o nell’altro è mio parente.

E poi ormai vedere la mia famiglia è diventato un privilegio così raro e così bello che quando sono a Lecce loro sono sempre al primo posto, quand’anche si trattasse di una cena improvvisata nel giardino di casa nostra e avessi tutto il diritto di saltarla e andare in qualche locale con gli amici.
Di amici stretti giù ormai ne ho pochi e selezionati, tutti gli altri fa piacere vederli. Nella lista di priorità di cui mi aveva parlato mia cugina, però, ho imparato senza troppi sforzi a mettere al primo posto la mia famiglia.

Pavia è bellissima, certo, ma ha quello svantaggio di mettere mille chilometri tra me e mia nonna, che per rimediare siamo costrette a scaricare intere batterie del cellulare a suon di telefonate che durano ore. E poi non è assolutamente vicina alla gastronomia della mamma, dove ci sono anche la zia e mia cugina, e se sono tanto fortunata da passare al momento giusto trovo anche il ragazzo di mia cugina, che con grande scorno di lei ho ormai ribattezzato “il mio cugino preferito”.
A Pavia non ci sono nemmeno la mia prozia e l’altra nonna, che mentre ti strizzano un bacio sulle guance ti passano la mazzetta sottobanco per “comprare il gelato”. “Tanto, Elisa mia, quando sei lontana da casa i soldi non servono sempre?”. Uno sguardo fugace ai miei jeans strappati, che ai tempi loro non sarebbero stati dignitosi e adesso Dio solo sa come possano andare di moda. Ma per loro sono bella sempre, quando ingrasso sono florida e quando dimagrisco sono bella comunque perché ho “quel sorriso luminoso”.

Lecce d’estate, il tepore nel giardino di sera, la tavola tonda, di legno, imbandita sotto al grande ombrellone bianco, gli zii che scendono dal piano di sopra e portano magari delle verdure, o il pane che fa la zia, gli udinesi che arrivano da casa della nonna e Ludovica che chiede alla zia (mia mamma) le pittule e la torta di crepes.

Il compleanno del cuginetto milanese, il più piccolo nella famiglia dalla parte di mamma, che fortunatamente compie gli anni proprio ad agosto e può festeggiare coi nonni e gli zii che non vedono l’ora di viziarlo. E con cinque cugine, tutte più grandi di lui, alcune talmente tanto che se fa una passeggiata in centro con una di loro lo credono tutti il nipotino, o addirittura il figlio, della cugina in questione.

E ancora le giornate di tradizione a Torre dell’Orso, tutti sotto l’ombrellone degli zii con il ricambio per la sera stipato nelle borse del mare, la sera la cena sul balcone e per dolce il gelato di Dentoni.
I miei genitori che scherzano tra loro, mia madre che verso l’ora del tramonto balla sulla musica che dal bar si diffonde a tutto il lido e mio padre, sorridente, la guarda dalla sdraio con gli occhi di uno che è in pace col mondo. I miei nonni, con le loro folte chiome bianco-argento, che hanno passato gli ultimi cinquant’anni della loro vita a litigare, ma quando escono dalla macchina il nonno scende ancora per primo, per aprire lo sportello alla nonna.
Io e mia sorella che dormiamo nei nostri letti gemelli, a pochi centimetri di distanza, e ridiamo guardando (o ascoltando) i video della Littizzetto per addormentarci col sorriso.
I miei cugini più grandi che da bambina mi hanno tormentata senza pietà, ma facendo sempre a gara a chi fosse il mio preferito, e ora sono i fratelli maggiori che altrimenti non avrei. I miei psicologi, i miei critici più duri (e rompicoglioni) a cui tirerei un pugno in piena faccia tante volte quante li stritolerei in un abbraccio.

Ci sono voluti anni per capirlo, ma poi è stato tutto così naturale.
Ho avuto la fortuna di nascere in un oceano di amore, e prima di partire per altri lidi avrò sempre bisogno di tornare per un paio di bracciate.

Qualche rotella indipendente

Qualche rotella indipendente

Senza voler in alcun modo mancare di rispetto a chi soffre davvero di un disturbo alimentare, negli ultimi tempi penso sempre più spesso di essere bulimica, nel senso in assoluto più ampio del termine.

Mi accorgo di nutrirmi con avidità dell’affetto di chi amo e stimo, di amare la lettura al punto tale da scordare ciò che mi circonda quando ho tra le mani un buon libro, di riuscire difficilmente ad avere mezze misure nell’occuparmi di me stessa, della casa, della mia salute fisica.

Invito gli amici per una cena improvvisata e preparo un minimo di tre portate perché mi piace cucinare e trattare bene i miei ospiti, poi magari il giorno dopo ho il frigorifero semivuoto, ma sono felice e mangio mezzo finocchio per pranzo sentendomi del tutto appagata.
Vado a correre e faccio squat ogni giorno per un mese, poi per due o tre settimane smetto perché ogni giorno c’è qualche piccolo imprevisto che mi impedisce più mentalmente che fisicamente di andare a fare esercizio.

Ho avuto un’infanzia oltremodo serena, piena di esperienze entusiasmanti e ricca di opportunità che ero talmente abituata ad avere sotto il naso da non saperle valutare degnamente: i miei genitori mi hanno permesso di viaggiare da sola fin da quando avevo appena 11 anni, ho studiato l’inglese fin dalle scuole materne, ho potuto arricchire la mia mente con ogni genere di attività, costruttiva e/o ricreativa che fosse.

E poi, quando ho iniziato a dover camminare un po’ di più sulle mie gambe, ho capito quanto fosse straordinario ciò che mi era stato sempre concesso come normale.

Sono cresciuta ritenendo normale l’aver imparato una seconda lingua fin da bambina, credendo che qualsiasi madre si sarebbe spesa come la mia per far apprezzare la lettura a una figlia in cui intuiva del potenziale ma che vedeva troppo pigra per scoprire il piacere dei libri da sola. Ho amato il latino e il greco fin dal giorno in cui, in quarto ginnasio, ho imparato a recitare tutto d’un fiato “alpha-beta-gamma-delta […] omega”. Avevo due anni e parlavo come un libro stampato, ne avevo cinque e rimproveravo i miei coetanei quando sbagliavano i congiuntivi (solo adesso riesco a capire che insopportabile so-tutto-io debba essere stata).

Sono sempre stata una bambina, poi un’adolescente e infine una ragazza diversa dalla maggior parte delle mie coetanee, ho avuto una sorta di adolescenza tardiva nei primi anni dell’università banalmente perché al liceo non avevo realizzato fino in fondo quanto fosse bello essere giovani.

E mi sono sempre sentita dire che sono “strana”, “particolare” per i più gentili. Una persona, che evidentemente mi ha capita fin da subito, sostiene che io abbia “qualche rotella indipendente”, e io di questa definizione mi sono subito innamorata, perché trovo mi descriva perfettamente.

Ho imparato solo in tempi recentissimi ad amare le mie stranezze e a coccolare quegli aspetti di me che ancora non riesco ad accettare del tutto, ma che quantomeno non odio più.

Trasferirmi a Pavia è stato fondamentale per la mia crescita personale: l’ambiente dei collegi mi ha fatto conoscere gente dagli interessi più svariati, accademici, politici o mondani che fossero, e ho capito di non essere pazza se amo imparare le lingue più disparate e mi esalto se so declinare il verbo “essere” o il verbo “avere” in albanese.

Ho attraversato un periodo tragicamente buio, in cui ho sfiorato la vera depressione, e ho deciso che ne sarei uscita. Sono dimagrita di oltre quindici chili, ma ho imparato ad amare le mie curve che mi hanno sempre imbarazzata.

Ho avuto l’opportunità, solo adesso riesco a definirla così, di collezionare una serie di fallimenti nel mio percorso di studi, e ho realizzato innanzitutto di non essere infallibile, e che le competenze personali devono sempre essere supportate da solide conoscenze. Ma ho anche compreso, veramente e provandolo sulla mia pelle, che i voti non definiscono l’intelligenza e le capacità di una persona. Che i buoni risultati sono note di merito, ma che i fallimenti colpiscono tutti e non ci si deve sentire finiti o sconfitti per questo.

E ho imparato a volermi bene anche nelle giornate in cui mi pesa alzarmi dal letto, nei momenti in cui ragiono tra me e me ad alta voce perché così “mi capisco meglio”, ho provato a scacciare i momenti di dolore e tristezza.

darsena

È difficile scrivere queste considerazioni senza la paura di suonare presuntuosa, evitando di farla apparire una pretesa di insegnare qualcosa agli altri: non sento in alcun modo di poter dare lezioni di vita a qualcuno, e dubito che mi sentirò mai “arrivata”. Non ho ancora raggiunto un traguardo accademico propriamente detto, ho avuto alcune esperienze lavorative ma ancora non so cosa ne sarà della mia vita da vera e propria adulta.

Però mi piaceva l’idea di fissare da qualche parte i pensieri che mi frullano per la testa ultimamente, per ricordarmi che anche questo continuo vagare che mi sembra non abbia mai davvero una direzione mi ha portata da qualche parte. Adesso mi voglio bene, e soprattutto provo affetto e tenerezza per ciò che non avevo mai voluto accettare della mia persona, e Dio solo sa quanto questo mi renda felice.